Un racconto di Guido Morselli

IL GRANDE INCONTRO 

Il candido apparecchio telefonico trillò sommesso sulla scrivania. La mano, quasi ugualmente candida, che si stese al ricevitore, ebbe un lievissimo tremito. All’altro capo del filo, dall’anticamera che segue alla sala delle udienze e si affaccia per due finestre sul cortile del Belvedere, una voce annunciò, con eccitazione velata dal rispetto: “E’ giunto”.L’uscio dissimulato dal damasco della tappezzeria si aperse, sospinto dal braccio, che si ritirò subito, del prelato di servizio. Entrambi alti e diritti, i due Personaggi furono a fronte, e si fissarono: potenti fra i potentati, venerati fra le maestà della terra, viventi emblemi per innumerevoli moltitudini. Il silenzio assunse una prestigiosa intensità, parve compendiare immense distese di spazi e di tempi; parve dilatarsi sul mondo, fra i popoli ignari e tuttavia presenti, ansiosamente aspettanti. La veste del primo aveva morbide opacità di avorio; l’uniforme del sopravvenuto era grigia e disadorna, austeramente marziale. Presero posto vicino alla scrivania, sedendo nello stesso momento, con la lentezza degli uomini anziani. “Vostra Eccellenza Ci dica anzitutto del suo viaggio”, cominciò il primo; e l’altro parlò brevemente. Usava a sua volta la lingua francese, con un accento duro e insieme musicale, senza sforzo. Parte per mare, parte in aereo, spiegò. “Sono certo che il mio incognito rimarrà un segreto fra Vostra Santità, me e il mio ambasciatore a Roma”. Ancor giovanile la bocca sotto i larghi mustacchi setolosi, e negli occhi piccoli, neri, un’intelligenza bramosa e astuta. “Mirabili – riprese il personaggio in bianco – le circostanze di questa visita stessa, la sua ispirazione… E il nostro cuore ne ha una profonda allegrezza, poiché vi scorge un sogno cospicuo, vorremmo dire decisivo, della divina bontà, in questo anno giubilare, anno di grazie e di portenti…”
L’unzione di quelle parole non valeva a nascondere un diverso compiacimento, un riposto pensiero di trionfo? L’altro sorrise e accennò del capo, forse ironico, forse cortesemente consenziente. “Un’indicibile speranza Ci diede l’annuncio, e domani, chi sa che domani un inno non possa levarsi da milioni di petti, inno di sollievo e di ringraziamento… Signor Maresciallo, vi ascoltiamo con gioia, con fiducia, con paterna sollecitudine”. Quegli si scusò: sarebbe entrato in argomento senza preamboli, da uomo d’azione e non diplomatico, o avrebbe parlato con la maggior franchezza: Sua Santità doveva avere gli elementi per valutare l’offerta che stava per esserle fatta, un’offerta importante, molto importante. Su tali notizie chiedeva, naturalmente, riserbo assoluto: non meno che se si trattasse di materia di confessione… Gli occhi neri e aguzzi dello straniero ammiccarono furbeschi e insolenti. Il suo paese, anzi l’orbe comunista, era pronto; null’altro che un ordine suo, per dispiegarne la smisurata potenza. Soldati, carri armati, aeroplani, sommergibili, armi speciali; termini e cifre del formidabile elenco scanditi spietatamente, tranquillamente. “Questo non è che un aspetto della nostra forza. Noi possiamo giungere ovunque, e osare tutto. Il nostro non è soltanto il più vasto impero che l’umanità abbia visto; impiega la più sottile, la più audace prassi politica. Il vostro Machiavelli è stato superato, – concluse il visitatore, sorridendo di nuovo – Vostra Santità mi consente di presentarLe qualcuno del mio seguito?”
L’ufficiale che fece il suo ingresso e si trattenne immobile sugli attenti era un uomo d’alta statura, magro, dal naso aquilino e affilato, su cui poggiavano occhiali a stanghetta. Un comando fu dato; con poche, rapide mosse, l’ufficiale si liberò del suo lungo pastrano, sciolse una tonaca bianca che indossava sotto di esso e che scese a ricoprirgli i piedi. Sua Santità emise un fievole grido: davanti a sé aveva, precisa, allucinante, la propria immagine. 
L’ombra luttuosa di Felice V, evocata dalla frode diabolica, calò e per un istante fu quarta allo straordinario convegno. “V.S. mi perdoni, – seguitò il visitatore, appena sarcastico – Dimitri Ivanovic, ex gesuita e Vostro sosia perfetto, potrebbe essere da oggi il vero, l’unico papa; mentre V.S., mediante un’iniezione affatto indolore, che Dimitri stesso eseguirebbe, mi accompagnerebbe docile a Mosca. Ma mi sono permesso questa dimostrazione semplicemente per provarVi l’efficienza dei nostri metodi, e che non ci sono ostacoli capaci di fermarci”. Un comando, e Dimitri, rivestita la sua divisa, uscì. “La sostituzione, lo ammetto, non sarebbe senza inconvenienti. Meglio un’intesa con l’autentico papa di Roma, la sola autorità che validamente competa con la mia … V.S. mi ascolta?” Pallido e con la fronte un poco madida, ma calmo, quasi freddo, il Personaggio in bianco aveva lo sguardo al crocifisso, ritto all’angolo della scrivania. Ascoltava. “Non ci sono ostacoli, – ripeté l’altro – ma il regime ha bisogno di consolidarsi. La penetrazione universale delle nostre ideologie, l’estensione, la rapidità delle nostre conquiste, sono indubbiamente fattori positivi. Ma non bastano. E’ della loro consistenza, della loro durata che io voglio assicurarmi. Ciò che vi offro è una conciliazione “de facto”, ciò che vi chiedo è una consulenza. I nostri due governi, in realtà, si assomigliano”. Senza volger la testa il primo Personaggio proferì, adagio: “Che ci può esser di comune, fra la Cattedra di Pietro ed un governo fondato sulla sopraffazione e l’iniquità, disposto alla violenza sacrilega…” “Parecchio di comune, – asserì l’altro, temerariamente – La ecumenicità. L’intransigenza. E poi la patologia: le eresie, gli scismi. Notate le affinità fra il deviazionismo trotzkista e il giansenismo, fra Tito ed Enrico VIII, i due scismatici per prurigine d’autonomia. Il papato è sempre uscito vittorioso dalle sue crisi; lo so. Ed è perciò che io sono qui, a proporre un patto di reciproco riconoscimento delle nostre sfere d’interessi, e a domandare la Vostra collaborazione amichevole. Mi sono servito dei tecnici americani e degli scienziati tedeschi; attingerò adesso all’esperienza, all’abilità delle Vostre gerarchie. V.S. non mancherà di apprezzare la mia schiettezza. Vorrei che mi prestasse, con tutte le cautele del caso, una missione di esperti, scelti, per intanto, fra i dirigenti della propaganda Fide e della Segreteria di Stato. La nostra discrezione, ermetica, V.S. faccia pieno assegnamento; in questo campo, nessuno ci eguaglia. Non posso negare che il mio governo stia lottando contro difficoltà interne di una considerevole gravità. Se riusciremo a vincerle, tanto meglio. Altrimenti, occorrerà un diversivo; a qualunque costo. Mi spiego? Con la sua adesione V.S. può scongiurare una catastrofe”. 
“Non tenterete il Padre vostro. E’ scritto”. Nel tono in cui la citazione venne pronunciata erano amarezza e collera, ma anche decisione irremovibile. 
“Si apre fra di noi la via a una coesistenza pacifica, – ribatté l’altro tormentandosi i grossi baffi cespugliosi – Un rifiuto, significherebbe la guerra a breve scadenza. La terza guerra. Se è vero che preferite la pace, dimostratelo!”
La sinistra inanellata si levò in un gesto di corrucciata protesta; era il gesto definitivo che fulminava in antico l’anatema, dannandolo sulla terra e per l’eternità. Ma la mano ricadde subito e si posò sulla scrivania, ove col moto lieve delle dita sembrò accompagnare le parole che seguirono, placide, soavi persino, di una soavità che il loro significato rendeva inammissibile e assurda. “Avevamo sperato e invocato il prodigio di una resipiscenza, di un ritorno. E invece… invece, figliuolo, siete venuto per offendere, per minacciare un criminoso attentato alla libertà, alla vita medesima del Pastore. E per vieppiù sfidarCi, Ci ponete un dilemma che credete perentorio. Ma l’alternativa a cui alludete esiste per il mondo, che vi si dibatte miseramente, nella sua vanità e infermità. Non esiste per la Chiesa di Cristo: per essa, la pace si identifica col suo contrario. 
Santità è milizia, intrepida, fanatica milizia, al cui paragone impallidisce il dissennato zelo dei vostri adepti…” “In Polonia – disse l’altro – In Polonia e in Ungheria, la mia campagna antireligiosa vi sta sradicando”. “Voi lo dite, imprudentemente. Nel travaglio, nel dolore dei suoi membri la Chiesa si afferma e prospera. Le lacrime, il sangue incolpevole, la esaltano. Il desiderare la pace è proprio delle potenze terrene: Voi stesso ne avete bisogno e Ce la chiedete. Predicate la lotta ma ne avete paura. Mentre la Chiesa, non la teme, la sollecita, la cerca, la vuole!”
“Ah è così! – esclamò l’altro, genuinamente sorpreso – La vostra è una dottrina bellicosa, voi cercate la lotta! Non lo immaginavo. Ed è in questo la spiegazione dei vostri successi?” “I fasti della Chiesa sono opera di una sapienza onnipotente, – seguitò il personaggio in bianco, con vivacità ora, e quasi con baldanza – Ma la vostra supposizione, anche se maliziosamente ispirata, non erra del tutto, signor Maresciallo”. 
Il visitatore si levò in piedi, mosse qualche passo, concitatamente. 
“Il mio paese è abbastanza forte da far arrivare le sue armate sin qui in pochi giorni. Questo vostro palazzo non sarebbe risparmiato. Non abbiamo scrupoli superstiziosi, noi. Non faremmo come i tedeschi. Sappiatelo”.
“Le porte d’inferno non prevarranno. Se deprechiamo la nuova conflagrazione che preparate, è solo nei riguardi umani, e anche in questi…La minaccia non ci turba, anzi ci incoraggia a sperare in non più udite grazie, e grandezze”.
“Incredibile”, mormorò l’altro dopo una pausa. L’atteggiarsi della meraviglia in quel viso non era privo di ingenuità. E intanto dalla scrivania la voce incalzava: “La fede rifulge nel furore del combattimento… In Polonia il numero dei fedeli è aumentato in tre anni di all’incirca un milione. Riformati ed Ebrei si convertono ogni giorno. Noi sfregiamo la comoda pace, l’ozio imbelle…” “Voi non volete la pace! Per rendermene conto valeva la pena di venire da Mosca. Avete ingannato anche me; il mio sistema di informazioni è il più perfetto che un governo abbia mai posseduto”.
“I superni disegni non si manifestano ai nemici. Troneggiano nelle tenebre della notte, insegna un profeta della Vecchia Legge”.
“Sono venuto io in persona, capite? A farVi questa proposta. E Voi la respingete, non è vero?”
“L’avete detto”.
Seguì un breve silenzio, poi l’uomo in grigio riprese, con violenza appena contenuta ma in cui vibrava ancora la delusione: “Vi pentirete! La mia propaganda, se dovrà ignorare questo viaggio, saprà bene far conoscere al mondo che V.S. ha sabotato l’estrema possibilità di una distensione… La responsabilità di quello che può avvenire è in gran parte Vostra!”
“LasciateCi, dunque, figliuolo”, gli fu risposto, con una sdegnosa benignità. “LasciateCi al nostro lavoro. Centinaia di nostri diletti, convenuti da quattro continenti, attendono di renderCi il loro omaggio figliale. Andate e non lo dimenticate. Il Signore degli Eserciti è al nostro fianco, l’Invitto che nel sangue dei suoi figli aderge le sue insegna gloriose…” 
Quando fu sulla soglia, il partente si fermò un attimo, volgendo le spalle. La sua massiccia persona si stagliò contro lo sfondo chiaro, rigida nell’assisa militaresca. Poi si voltò, tornò sui suoi passi. Affiorarono reminiscenze lontane, un atavico istinto reverenziale? Si chinò lentamente, con evidente fatica, e mise a terra il ginocchio. Sull’anello che gli si porgeva, depose il suo bacio. 

Un racconto di Guido Morselliultima modifica: 2008-09-16T21:07:36+00:00da fragiune
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