Primo segue de: “La Leggenda del Grande Inquisitore”

 Un minimo di spiegazione prima di riprendere il racconto:

Si tratta di Ivàn Karamazov che narra al fratello più giovane Alesa ( o Aljòscia)  la lunga storia, vero libro nel libro, nota come: “La leggenda del Grande Inquisitore”

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Siguirillas (José Maya, José Menese)

 

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(di James Ensor – Entrata di Cristo in Bruxelles)

E tale è la sua forza e a tal punto il popolo è avvezzo a sottomettersi e a obbedirgli timoroso che la folla subito fa largo alle guardie e queste, nel silenzio di tomba che di colpo è calato, mettono le mani su di Lui e lo conducono via. Per un istante la folla tutta, quasi fosse un sol uomo, china il capo fino a terra davanti al vecchio inquisitore ed egli benedice il popolo in silenzio e passa oltre. Le guardie conducono il prigioniero nella tetra prigione a volte nell’antico palazzo del Santo Uffizio e ve lo rinchiudono. Passa il giorno, sopravviene la notte, la nera, calda “soffocante” notte sivigliana. L’aria “odora di lauri e di limoni”. Nelle tenebre fonde si apre a un tratto la porta di ferro e il vecchio inquisitore in persona, con una torcia in mano, entra lentamente nella prigione. È solo, la porta si richiude subito dietro di lui. Si arresta sulla soglia e a lungo, per un minuto o due, fissa il suo viso. Finalmente si avvicina a passi lenti, posa la torcia sul tavolo e gli domanda: “Sei tu? Sei tu?”. Non ricevendo risposta, aggiunge rapido: “Non rispondere, taci! E poi, cosa potresti dire? So anche troppo bene quel che diresti. Ma tu non hai alcun diritto di aggiungere nulla a quel che già dicesti una volta. Perché sei venuto a infastidirci? Perché sai anche tu che sei venuto a infastidirci. Ma sai che accadrà domani? Io non so chi tu sia ne voglio sapere se tu sia proprio Lui o se gli somigli, ma domani ti condannerò e ti brucerò sul rogo come il più empio degli eretici e quello stesso popolo che oggi ti baciava i piedi, domani, a un mio cenno, si precipiterà ad aizzare il fuoco del tuo rogo, lo sai questo? Sì, forse lo sai” aggiunse profondamente assorto, senza distogliere un solo istante lo sguardo dal prigioniero.>

<Io proprio non capisco, Ivan: che cosa vuol dire?> Sorrise Alesa, che fino ad allora aveva seguito in silenzio. <Si tratta della fantasia delirante del vecchio o il suo è soltanto un abbaglio, un assurdo qui pro quo?>

<Propendi pure per quest’ultima ipotesi> si mise a ridere Ivan <se il realismo contemporaneo ti ha già talmente guastato che non riesci a tollerare niente di fantastico. Vuoi un qui pro quo? E sia! È vero> e rise di nuovo <il vecchio ha novant’anni e da un pezzo potrebbe aver perso la ragione per quella sua idea. Potrebbe essere rimasto colpito dall’aspetto esteriore del prigioniero o potrebbe, infine, soltanto trattarsi di un delirio, della visione di un vecchio ormai prossimo alla morte, oltretutto eccitato dall’autodafè dei cento eretici bruciati sul rogo il giorno prima. Ma che differenza fa per noi che si tratti di un qui pro quo o di una fantasia delirante? Qui l’essenziale è che il vecchio debba esternare il proprio pensiero e che finalmente lo esterni e lo dica a voce alta, dopo aver taciuto per novant’anni.>

<E il prigioniero, tace anche lui? Lo guarda, senza dire una parola?>

<Ma è così che deve essere in ogni caso!> scoppiò di nuovo a ridere Ivan. <E’ il vecchio a rilevare che non ha il diritto di aggiungere nulla a quello che ha già detto una volta. Se vuoi, vi è anche in questo il tratto più distintivo del cattolicesimo romano, almeno a mio avviso: tu hai trasmesso tutto al papa, e dunque, ora tutto è nelle mani del papa; tu puoi anche non venire affatto o se non altro non infastidirci prima del tempo. E in questo modo, non solo parlano, ma anche scrivono, i gesuiti, perlomeno. L’ho letto io nelle loro opere di teologia. “Hai tu il diritto di rivelarci anche uno solo dei segreti del mondo da cui sei venuto?” gli domanda il mio vecchio e poi si risponde da solo. “No, non ce l’hai, per aggiungere altro a quello che hai già detto una volta, per non privare gli uomini della libertà che avevi tanto difeso quando eri sulla Terra. Tutto quel che di nuovo predicassi ora attenterebbe alla libertà di fede degli uomini poiché apparirebbe come un miracolo, ma la loro libertà di fede ti era più cara di ogni altra cosa, già allora, millecinquecento anni fa. Non eri forse tu a ripetere sempre: “Voglio rendervi liberi?”. Ecco, ora li hai visti questi uomini liberi” aggiunge a un tratto il vecchio con un sorriso pensoso. ” Sì, questa faccenda ci è costata cara” prosegue guardandolo severo “ma noi l’abbiamo finalmente portata a termine, nel nome tuo. Per quindici secoli ci siamo tormentati con questa libertà, ma ora è finita, decisamente finita. Tu non credi che sia finita? Mi fissi con quel tuo sguardo mite e non mi degni neppure della tua indignazione? Ma sappi che ora, proprio oggi, questi uomini sono più che mai convinti di essere completamente liberi; eppure ci hanno reso la loro libertà e l’hanno deposta umilmente ai nostri piedi. Ma siamo stati noi a ottenerlo, era forse questo che volevi? Una libertà simile?”>

 

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 G.B.Piranesi – Carceri (incisione virata in negativo)
 

 

 

Primo segue de: “La Leggenda del Grande Inquisitore”ultima modifica: 2008-09-21T07:34:00+00:00da fragiune
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