Alegher gent, ca l’è ‘l dì di mort!

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Danza macabra
 
 
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Arnold Böcklin
autoritratto 
(Basilea, 16 ottobre 1827 – San Domenico di Fiesole, 16 gennaio 1901)

Non sono molti i quadri che ispirarono commenti, giudizi ed interpretazioni in maggior misura del quadro che ora proveremo ad illustrare.
Parleremo del lavoro, noto come l’Isola dei Morti, di cui l’autore ripropose, in un arco di sei anni, ben 5 versioni, simili seppur diverse tra di esse.
In Internet le pagine dedicate al quadro sono moltissime e tutte dicono le quattro cose che, più o meno, si sanno in proposito. 
Basta cercare con Google.
Purtroppo di una versione, la quarta esattamente, non sono riuscito a trovare delle riproduzioni, pur cercandole.
Il quadro ha delle dimensioni variabili tra il metro e 20 e l’uno e 50 di base, per un metro circa di altezza.
Vi si rappresenta sempre un minuscolo isolotto a cui si accede, via mare, da un ingresso variamente interpretato.
L’isola in questione è composta da una specie di conca naturale incavata tra alti dirupi con neri cipressi ed aperture oscure di varie forme e stili.
Una barca si sta lentamente avvicinando all’isola; su di essa, a poppa, un rematore che manovra a spinta, al centro una figura enigmatica vista anch’essa di spalle avvolta in una specie di sudario bianco che forma il punto-luce della composizione e, ai piedi di questa figura, sulla prua dell’imbarcazione, disposta per traverso, una cassa molto grande, probabilmente contenente una salma che dovrà, si pensa, essere collocata nel misterioso cimitero ormai a tiro di pochi colpi di remo.
Sulle quattro interpretazioni pittoriche, secondo me, non avendo oggi il sottoscritto altro da fare e trovandocisi prossimi al 2 di Novembre, data dedicata alla Commemorazione dei Defunti, può valere la pena di perdere giusto un 5 minuti per notare differenze di tono, atmosfere e particolari.

 
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1. Incominciamo dalla prima del 1880, forse, la più gettonata. E’ visibile al Kunstmuseum in Basel, (Basilea) Svizzera.
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Il sole basso all’orizzonte dietro al pittore illumina un cielo plumbeo, apparentemente non minaccioso che domina un mare tranquillo e liscio come un olio. 

Colui (o colei) che rema, è personaggio che qui si direbbe seduto, ma in seguito si alzerà in piedi, e porta leggiadri strani lunghi capelli biondi (?!).
La figura in bianco, invece, vicina al cassone, è un vero e proprio mistero. 
Gli interpreti al riguardo diedero, e continuano a dare, sfogo alla più sfrenata fantasia: Un parente? Un becchino? Caronte? La Morte? Una Mummia? Un Esattore delle Tasse “en travesti”? Un bombarolo di Al Qaeda? Mistero fitto!
L’ingresso all’isola cimiteriale è ben accessibile, aperto e facile.
Guardando l’insieme devo dire che, personalmente, dubito parecchio che quei due mai ce la faranno a scaricare il grosso sarcofago che, così, all’apparenza, sembra denunciare un peso non indifferente. 
Non parliamo poi di riuscire a portarlo in qualche loculo, magari pure posto ben in alto! E senza montacarichi visibili o “muletti”.
Qui non ne basterebbe una mezza dozzina di becchini, ben nerboruti, altro che il biondino ed il misterioso bianco vestito!
Ma si sa: L’Arte è Arte, e non cura certi dettagli troppo prosaici: aggiungi solo qualche altro aiutante o un banale muletto ed il fascino si perde irrimediabilmente.
L’atmosfera non incute particolare angoscia, come in genere si spergiura, data l’ambientazione sempre definita come: misteriosa, metafisica ed ipnotica.
Passata la prima botta di doverosa fascinazione a me pare che il quadro si possa definire come un buon lavoro di un illustratore di cartoline che, con fantasia, cala suggestioni classiche in atmosfere romantiche. 
Ecco, forse calcando il pennello su intonaci gialli troppo urlanti, rispetto almeno allo stato di apparente abbandono che regna cupo sull’isolotto. 
Eccessi ampiamente perdonabili, comunque, trattandosi di una prima…”release”.
 
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2. La seconda versione è conservata al New York’s Metropolitan Museum of Art. Di New York, naturalmente.
 
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Le qualità delle riproduzioni reperibili non sono, invero, felicissime, almeno parlo di ciò che sono riuscito io a trovare.
Il cielo plumbeo che già dominava nella versione di Basilea si accentua ancora di più e sfocia in una vera e propria caliggine che ricopre cielo e mare.
Il nostro rematore biondino sembra invecchiato di “canuto pelo” ed i colori delle tombe, meno esaltati, risultano più accettabili ed aderenti alla realtà irreale che pervade l’intera opera.
Un festone decora ed ingentilisce finalmente il sarcofago; l’ingresso è più protetto da muri e possibili cancelli.
Telecamere non se ne vedono.
Comunque, niente di più e di diverso che nella versione elvetica.
Diciamo: Un Service Pack n. 1.
 
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3. La terza, famosissima, versione, invece, è quella che fu acquistata da Adolf Hitler, quindi portata in Cancelleria a Berlino ed, infine, staccata quale bottino bellico, nel Maggio del ’45, all’arrivo dell’Armata Rossa, ad opera di un Generale che doveva aver frequentato il Liceo Artistico.
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Spedita in Unione Sovietica e, da qui poi finalmente, dopo anni ed anni, ritornata al mittente a Berlino, si trova, ora, a poche centinaia di metri dalla sua ex collocazione primitiva presso l’Alte Nationalgalerie di Berlino, appunto.
Una notissima fotografia ci documenta come il quadro fosse ben presente già alle spalle del dittatore tedesco a colloquio con Molotov e Ribbentropp dopo la firma di un tragicissimo e scellerato Patto concordato tra un Lupo austriaco ed una Volpe georgiana.
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Qui scopriamo un cielo decisamente più tempestoso che romba in cupa distanza (rimembranze lontane di “Sturm und Drang”?).
Il mare invece appare ancora calmo e l’intonazione generale è grigiastra con lampi di un livido cianotico che doveva piacere un sacco al caporale di Braunau che, come testimonianze maligne ce lo confermano, sembrava inclinare verso il necrofilo. (E chi l’avrebbe mai detto?)
Ora le costruzioni isolane appaiono di un bianco slavato; meglio comunque che nella versione 1. 
Il rematore sembra aver perso il remo di destra, ma se la cava bene lo stesso.
E’ del tutto assodato che Hitler impazzisse per questo quadro. 
Dichiarò che l’avrebbe desiderato; “al suo fianco alla futura morte”. 
Il Cielo, benigno, provvide, ad accontentarlo, anche se maledettamente in ritardo.
E’ pure altrettanto del tutto assodato che, contemporaneamente, il mondo…impazzisse a causa di Hitler vivo.
In un improbabile “Gioco della Torre”, io, comunque, dovendo proprio scegliere, non avrei esitato un istante a dar fuoco al prodotto austriaco, piuttosto che a quello svizzero.
 
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4. La quarta versione, qui assente, è, invece, quella finita per andare….veramente a fuoco nel 1945 a Rotterdam. 
Non so come si presentasse, ma riesco a sopravvivere ugualmente. 
Temo molto però che, a Rotterdam, si sia proprio persa la versione migliore. 
Come sempre avviene: “Sono sempre i migliori che se ne vanno…”.

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5. E finalmente l’ultima versione: dipinta 6 anni dopo la prima del 1880. 
Questa è conservata all’Art Museum (Museum der Bildenden Künste) in Lipsia. 
5a - Art Museum (Museum der Bildenden Künste) in Leipzig, Germany.jpg

Ritornano i colori smaglianti ed un po’ “pompieri”, specialmente nelle rocce a destra e sinistra che, adesso, finiscono per sembrare a dei buffi maritozzi farciti di crema ficcati in un mare di cioccolata calda e violetta come il cielo. 
Anche l’enigmatica figura bianca si è nel frattempo un po’ curvata in avanti, (botta di stanchezza?) e il rematore, prevedendo possibile burrasca, ha pensato bene di parare la parte nobile cavando da tasca un irriverente copricapo.
Qualcuno ha collocato dei massi a riparo dell’ingresso; ingresso che, ora, vanta pure due pilastri con sopra dei leoni in bronzo accucciati. (E vaiii!)
La solita bara bianca si è arricchita di altri festoni fiorati e pure il vecchio barcone si direbbe appena ridipinto di fresco. 
Il remo destro è stato recuperato. Meno male.
Tira un po’ di vento che proviene da sinistra e le cime dei cipressi tendono, quindi, ad incurvarsi; anche l’acqua è, finalmente, un po’ più mossa di prima; in alto, nella parte asciutta dei “maritozzi” di sinistra, qualcuno ha scavato nuove aperture decisamente inaccessibili se non con scale apposite o paracadutandocisi al pari di “teste di cuoio”. 
Il buon Arnoldo, invecchiando, ha forse voluto aumentare ulteriormente con nuovi scavi altamente improbabili il già cupo mistero dell’isola misteriosa. 
Tremendi questi svizzeri!

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Bene dopo questa carrellata un po’ dissacrante, diciamo che il fascino rapinoso dell’Isola dei Morti, ovvero l’aura che si avverte promanare prepotentemente da qualsiasi versione scelta, rimane formidabile nella sua capacità di trasportarci in un mondo onirico non facilmente esprimibile in umane parole.
Il nostro bravo pittore, che è noto poi solo per questa sua idea, fece un quadro che affascinò personaggi quali: Hitler, Lenin, Strindberg, Freud (una copia, pare, fosse collocata proprio sull’ottomana!), Jung, D’Annunzio, Dürrenmatt, Dalì, oltre ad eserciti di critici d’arte più o meno illustri di tutti i Paesi e culture.
Alla pari dei “Nottambuli” (vedi al tag: E.Hopper – NightHawks) anche questa “Die Toteninsel” in funzione delle interpretazioni che si possono, di volta in volta dare, si presta ad elaborazioni coltissime (e/o sgangherate) da parte di grossi psicoanalisti professionisti (e/o da strapazzo).

Provare a frequentare il genere per convincersi.

Alegher gent, ca l’è ‘l dì di mort!ultima modifica: 2008-10-31T09:40:00+00:00da fragiune
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