al tarlinghè dal Balandìn

In risaia
di Angelo Morbelli 
(Alessandria, 18 luglio 1854 – Milano, 1919) 
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Abito in una piccola cittadina, o meglio, un grosso paesone, dell’Alta Italia come già in altre occasioni ho avuto modo di dire.
Centro eminentemente agricolo specializzato in una mono-cultura, il riso, che si vuole abbia, dal 1.500 circa, trovato nelle nostre plaghe argillose sia abbondanza di acque sia terreno particolarmente favorevole alla sua coltivazione.
Un paesone dicevo in cui spiccano sostanzialmente solo due tipi di ambienti: Chiese e Banche.
Passeggiando per la via principale e per il centro, di tipico impianto medievale, si rimane meravigliati dal susseguirsi quasi incessante di sacro e profano, Dio e mammona, campanili e torri.
Questi due ultimi simboli architettonici, rimandano, ovviamente la memoria ad antichi fasti di periodi più favorevoli ad entrambi: dalle torri non più colano oli bollenti o saettano dardi, mentre dalle celle campanarie ancora si spande verso una cittadina sonnacchiosa e sempre più laica, l’antico richiamo, oggi quasi del tutto inascoltato, delle campane.
L’attuale produzione del suono è ormai del tutto meccanizzato e pilotato da dispositivi elettronici, ben fasato dai satelliti che si collegano ad orologi atomici di Università Tedesche e ciò in quanto il prete, che a volte non dispone neanche più uno straccio di sacrista, ancor meno potrebbe permettersi, con la crisi incombente, un fior di campanaro.
Il Quasimodo della Cattedrale di Notre Dame rimane consacrato nelle pagine del capolavoro francese e, da noi, almeno, nessuno si sentirebbe di arrampicarsi più in cima ad una torre campanaria per far tintinnare a “concerto” 6 o 7 campane nelle circostanze che lo richiederebbero.
Un tempo no.
Parlerò ora dell’ultimo nostro campanaro che ancora una sessantina d’anni fa, nella nostra cittadina, onorava questa particolare disciplina musicale.
Per tutti era: “al Balandìn”.
Sempre vestito rigorosamente di un unico abito nero, estate ed inverno, vantava una statura collocabile tra l’un metro e 50 e l’un metro e 60.
Di età decisamente indefinibile: 50 o 60 o forse 70 anni.
Nessuno sapeva.
Sfuggente e romito risultava inavvicinabile all’infuori di una circostanza ed anche in quella solo per il minimo consentito.
Con una lunga canna che finiva in un sacchetto di velluto cremisi, passava per la questua e cercava di individuare, con occhio esperto, ciò che poteva entrare nella sacca di velluto.
Non sbagliava nel rilevare una banconota da una o due lire ben più appetitosa dei pochi soldi di moneta che generalmente si davano in quei grami tempi.
Armeggiando con perizia ritirava la canna e svoltando dietro a qualche pilastro compiacente, prelevava il biglietto, quindi ritornava a finire il giro.
Tutti sapevano, tutti vedevano, tutti perdonavano, tutti sorridevano divertiti.
A fine funzione il nostro Balandin versava al parroco il contenuto della sacca e, ormai libero, rendeva omaggio, santificando a suo modo, al Signore, col recarsi nella vicina Osteria, dove l’oste già sapeva di dover portare un mezzo litro di Barbera calato dalle canne del banco nella bottiglia dall’ampia imboccatura che allora era comune per il vino.
Sempre in perfetta solitudine oltre che in assoluto silenzio, il nostro sacrista – campanaro centellinava a mezzi lenti bicchieri, uno per volta, quello che, in fondo, poteva benissimo essere considerato come piatto o meglio, “bicchiere unico” della domenica appartata del nostro Balandìn.
Tutti volevano bene al misterioso ometto, tutti rispettavano la sua intimità schiva, selvaggia e, a suo modo, profondamente religiosa.
Ma ecco, che, così, come esplodeva improvvisamente la Pasqua a scacciare l’inverno, e per noi piccoli di veramente povere famiglie quello era il segnale che si dovessero ormai indossare i calzoni corti e per quelli ancor più poveri che si potesse ormai andare per strada a piedi nudi, ecco che, altrettanto improvvisamente, da tutte le chiese era tutto un rilanciarsi di suoni di campane a distesa in inseguimenti prolungati e ripetuti quasi senza pausa.
Ma quello della mattina di Pasqua non era ancora il momento del Balandìn.
Bisognava aspettare fino al pomeriggio, forse, non ricordo ma posso immaginare, in occasione del richiamo del Vespero.
Il nostro ometto, quasi un folletto da fiaba, saliva le innumerevoli scale a pioli fin sull’alta cella campanaria e, quindi: iniziava…il concerto!
E tutti gli abitanti della città al sentire quei suoni si dicevano l’un l’altro sorridendo:
“A l’è al Balandìn c’al tarlinga!”
Il suo suonare era diverso ed unico: aveva una rapidità di tocco impressionante; era tutto un inseguirsi di semibiscrome che incantava per un buon quarto d’ora chi avesse voluto prestare orecchio, ed anche chi non avesse voluto, perché comunque il suono catturava rapinoso come il canto di Sirene Omeriche.
Alla fine si sarebbe voluto applaudire e però si rimaneva quasi imbambolati, estraniati e proiettati in un’atmosfera irreale e fantastica in cui, riprendendo malamente il Poeta, sarebbe risultato..
“dolce il naufragare”.
La domenica quindi smoriva nel silenzio di quei freddi crepuscoli che però già allungavano le giornate.
Giornate senza quasi rumori di macchine e moto od orrendi impianti stereo.
I lenti pesanti cavalli appositamente fatti arrivare dal Belgio, paese in cui li allevavano per essere impiegati nelle miniere di carbone e da noi gli unici adatti alla fatica della risaia, facevano risuonare sul selciato i ferri che lentamente riportavano ai paesi vicini quelli che, dal contado, erano venuti in città, vestiti di nuovo, per la festa della Pasqua.
Quindi calava la notte.
….
Tutto perso per sempre

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Di domenica, andando a Messa
di Angelo Morbelli
(Alessandria, 18 luglio 1854 – Milano, 1919) 
al tarlinghè dal Balandìnultima modifica: 2009-01-13T19:03:00+00:00da fragiune
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