Omaggio a F. De André

Il massacro del Fiume Sand Creek cantato da Fabrizio De André:
per me, una delle più belle canzoni mai composte.
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 Il macellaio di Sand Creek: la figura del colonnello John M. Chivington (1821-1894) si staglia come una delle più controverse dell’intera storia del Far West americano. Nell’agosto 1864 dichiarò pubblicamente che “I Cheyenne dovranno essere completamente rinchiusi o allontanati prima che se ne stiano calmi. Io dico che se uno di loro sarà catturato nelle vicinanze, la sola cosa da fare è ucciderlo; io sono assolutamente convinto che la sola strada che abbiamo per avere la pace in Colorado sia di ucciderli tutti.” Parecchi mesi dopo Chivington mise in pratica le sue idee omicide. Nelle prime ore del giorno del 29 novembre 1864 guidò un reggimento di Volontari del Colorado fino alla riserva Cheyenne di Sand Creek, dove erano accampati:
Black Kettle

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ovvero Pentola Nera, un famoso capo sempre favorevole alla pace con i bianchi, e la sua “banda”. 
Gli ufficiali dell’esercito federale avevano promesso a Black Kettle di lasciarlo in pace qualora avesse fatto pronto rientro nella riserva e, infatti, sulla sua tenda sventolavano la bandiera americana e una bandiera bianca. Nonostante tutto Chivington ordinò l’attacco al campo che ignorava di essere in pericolo. Dopo ore di combattimento i Volontari del Colorado avevano perso solo 9 uomini mentre avevano ucciso tra le 200 e 400 Cheyenne, quasi tutti donne e bambini.

 
*** 
 
Dal newsgroup dedicato a De André traggo questo bel commento di “Marco C.” <ciaramellamarco@gmail.com> 


Della guerra De André ha parlato. Ne ha parlato spesso, spessissimo.
Degli oppressi De André ha parlato ancora più spesso, anzi di più: ne ha parlato praticamente in ogni sua canzone, a fare capolino. Ma Sand Creek, lasciatemelo dire, è molto più di una semplice canzone contro uno sterminio di un popolo: è magia uditiva allo stato puro. 
Sarà la contrapposizione tra il tono maggiore e il chiaro riferimento nel testo ad elementi di morte che fanno capolino tra gli elementi naturali, mai così carichi di significati simbolici (il “lampo in un orecchio”, “l’albero della neve fiorì di stelle rosse”). 
Sarà che l’accompagnamento musicale si gioca decisamente su un unico arpeggio quasi ipnotico, sarà l’eco del coro dei bambini defunti contrapposto allo scorrere del fiume, che in molte culture, anche molto lontane tra loro, per ovvi motivi è stato associato alla vita, anche da un punto di vista della simbologia religiosa. 
Sarà il dolce tono fiabesco che parla però di sangue, di guerrieri troppo lontani a commuovermi? Sarà ancora una volta la contrapposizione tra la saggezza del nonno (di cui De André ha sempre sentito la mancanza) e il giovane ascoltatore presumibilmente spensierato, che ascolta una leggenda di bambini defunti in un tempo immemorabile sul fondo del fiume e che, col tono con cui si parla della morte ai bambini, ora dormono laggiù, per sempre? 
Non so se sia tutte queste cose insieme, o se ce siano anche altre, ma fatto sta che per me questa canzone è sempre stata l’emblema di quel “mistero” delle vere opere d’arte che Boccadoro impara dal suo maestro Nicola: qualcosa che ci tocca le corde più profonde della nostra anima senza scomodare, una volta tanto, il nostro amato, necessario e vitale buonsenso. 
Dal mio punto di vista, praticamente un miracolo.

Grazie Marco: Per me, di più e di meglio, non si poteva proprio dire.

Omaggio a F. De Andréultima modifica: 2009-01-14T14:48:00+00:00da fragiune
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